Exesor: Less is More

Un uomo che trova nella solitudine la sua dimensione ideale, ama il design e pensa che sottrarre sia un valore. Quattro chiacchiere con uno dei più brillanti customizer della scena austriaca

Testo Jeffrey Zani                                    Foto David Matl / Harald Lenzeder

Christian Schwarzenlander si definisce un «one man band» che offre un «one man show». Stereotipi alla mano, da musicista avrebbe una chitarra sulla quale strofinare i calli delle dita, un’armonica a portata di bocca e un complesso percussivo fatto di piatti e grancassa issato sulla schiena come uno zaino, azionato da un groviglio di fili simili a quelli delle marionette. Ma lui costruisce moto, impugna i cacciaviti, e quando batte i piedi non lo fa per tenere il tempo, quanto per passeggiare attorno alle sue creazioni e ammirarne il design. Ha 41 anni, un lavoro da ingegnere e una famiglia che abita a poche centinaia di metri dalla punta settentrionale del lago Attersee, 60 chilometri da Salisburgo, Austria. Lì dove i nomi hanno pronunce spigolose e la doppia esse si abbrevia con un simbolo che potrebbe ispirare il layout di un circuito. Questo: ß.

Christian si occupa delle sue moto nel garage di casa, quando gli impegni lo permettono, oppure quando ha bisogno di staccare la spina: «Di questa attività amo la tranquillità che è in grado di trasmettermi, specialmente nel momento in cui riordino le parti pronte per essere riassemblate. È un momento così solenne che a volte mi spinge a pulire l’officina anche se non ce ne sarebbe la necessità, solo per dare una cornice impeccabile a ciò che deve accadere. Nel mio garage mi dimentico di tutto, ci siamo solo io e la moto di turno. È perfetto».

Le cose però non sono sempre state così. Specialmente quando Christian era uno studente e faceva i salti mortali per elaborare la Vespa con cui disturbava la quiete pubblica riempiendo l’aria con le scie bluastre tipiche dei motori a due tempi. I mezzi erano pochi, la smania tantissima. Negli anni delle scuole superiori, frequentate fuori sede, viveva con il lubrificante sparso sulla scrivania, pistoni e bielle ovunque, odore di miscela in ogni angolo di casa. I genitori erano lontani e lui si gestiva come meglio credeva: «I professori dell’istituto tecnico al quale ero iscritto non erano affatto contenti, ma io andavo avanti». Erano primavere in cui la baldoria coincideva con la gloria, spremute con un kit da 104cc sotto al sedere e una cassa di birra fra le gambe: «Una volta però la polizia mi ha beccato e mi ha sequestrato la targa, ero con un amico ubriaco e non avevo nemmeno i freni. Shit happens».

L’età l’ha portato a più miti consigli, e adesso nelle giornate di Christian c’è ordine e sobrietà. Se un tempo la sua Vespa teppista rispecchiava la quotidianità di uno studente spettinato, oggi le moto che elabora rappresentano qualcosa di puntuale e ragionato che, oltre a far schizzare la lancetta del tachimetro, cerca un certo riconoscimento a livello di stile. Ne è esempio l’educatissima “Fiore Grazioso”, una Gilera 106 SS del 1963 dai toni morbidi e dalle linee pacate. Il serbatoio originale è cambiato solo nel colore e nell’aggiunta di due placche metalliche che ne segnano i profili, mentre il resto ha vissuto più di una rivoluzione: manopole basse per le mani, sella piatta per il fondoschiena. La coppia di gomme rigate contribuisce al sapore classico, il faro anteriore a led rischia di spezzare l’incantesimo con un elemento di tecnologia attuale, ma è talmente piccolo e mimetizzato da non farsi notare. Le tabelle portanumero hanno il marchio scelto da Christian in rilievo: «Sono due ali e rappresentano l’indipendenza e la libertà mentale».

Sulla sua Honda CB 250 cafe racer, invece, il 41enne austriaco ci ha scritto in maniera esplicita il nome che descrive la sua attività, Exesor, un termine che in latino «ha qualcosa a che fare con l’erosione. L’ho scelto perché le mie basi, prima degli interventi con cui le porto a nuova vita, sono ridotte ai minimi storici o distrutte». Per questa giapponese Christian ha optato per linee tondeggianti e una tinta che, oltre alla carrozzeria, si estende alla forcella e al telaio. La vernice è finita anche sugli scarichi, che si avvitano sul lato sinistro per finire corti vicino alle gambe del pilota. Per chi guida i fumi e le temperature non saranno certo ideali, ma l’impeccabilità dell’esecuzione si fa perdonare tutto. Nascondendo, provocatoriamente, un unico elemento di vandalismo nella scritta a pennarello lasciata sul semimanubrio sinistro, dov’è riportata la formula «speed thrills».

Per le ruote Christian è andato sul sicuro scegliendo gli infallibili raggi, mentre sulla Yamaha SR500 recentemente passata per la sua officina ha optato per dei cerchi in lega a sette razze che portano a spasso un filante bikini d’alluminio, minimale e spigoloso. Il doppio faro ha diametri diversi ed è integrato in un cupolino caratterizzato dal vetro fumè, i supporti del parafango anteriore hanno dimensioni generose e percorrono quasi gli interi foderi della forcella. È uno dei rari elementi in cui Christian non ha fatto fede al motto che porta sempre chiaro in mente, preso in prestito da un intrepido francese del secolo scorso che si è districato fra scrittura e poesia, giornalismo e aviazione. «La perfezione non è raggiunta quando non c’è nulla da aggiungere, ma quando non c’è più niente da eliminare». Parole di un certo Antoine de Saint-Exupéry. «Dopo questa non ho altro da dire».

0 commenti

Lascia un Commento

Vuoi partecipare alla discussione?
Fornisci il tuo contributo!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Time limit is exhausted. Please reload the CAPTCHA.