H.B. Custom

Holger Breuer ha 35 anni e vive a 40 minuti di viaggio da Hanover, nella Germania centro settentrionale. La sua è una casa come tante, con il tetto a forma di piramide e un anello d’erba e d’arbusti che la circonda. Piena provincia della Bassa Sassonia, insomma, fra boschi fitti fitti e campi coltivati che visti dall’alto sembrano tracciati con il righello da uno studente d’accademia. Sul retro, in uno spazio di appena dieci metri quadrati, c’è il laboratorio in cui costruisce le sue moto dal 2003.
Holger si dà una pulita alle mani e affida lo straccio a suo figlio, che lo afferra come un trofeo. Poi inizia a raccontare. La mia passione abbraccia tutto il processo che coinvolge la costruzione di una moto. Mi riferisco alla continua ricerca di nuove soluzioni, oppure alla cura nei dettagli. Sono attività che riescono a elettrizzarmi. Quando riesco a risolvere i piccoli e grandi problemi che mi trovo davanti, poi, l’appagamento è totale. Mi ritengo un costruttore molto attento sui particolari, perché credo che tutto debba essere perfetto, fino alle minuzie che all’apparenza possono sembrare più insignificanti. In generale devo dire che non sono legato a uno stile particolare, mi piace spaziare dalle cafè racer alle bopper, senza dimenticare le scrambler.
Con più di dieci anni di esperienza nelle mani e una lunga lista di modelli trasformati nel catalogo, Holger è abituato agli aromi del Niedersachsen, ma si dichiara drammaticamente allergico all’ondata cafe racer che ha travolto la zona. «Ho iniziato molto prima dell’arrivo di questa moda – dice – e devo dire che ne rimango piuttosto indifferente. Non ho nessuna ambizione o motivazione in questo senso. Vivo nella mia dimensione, con mia moglie e i miei due figli. Va bene così».
Se gli si chiede di descrivere una delle sue creazioni, gli occhi si soffermano sulle foto di quella che chiama “Numero 16”. «Il proprietario si chiama Peter, un amico che passava ore e ore su internet a guardare i diversi stili delle motociclette modificate un po’ in tutto il mondo. Ma non aveva né la patente di guida, né qualcosa da guidare. Viveva ad Amburgo, nel nord della Germania, quindi la sua moto sarebbe stata utilizzata in un contesto urbano. Aveva chiaro in mente che non gli interessava una cafè racer stereotipata, e aveva optato per un concetto riassumibile nel motto “urban racer without coffee”.

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«Peter ha realizzato una presentazione in powerpoint con la sua visione della moto, densa di idee, fili e colori. Ha bussato alla porta di un trilione di costruttori tedeschi, venendo sempre alla stessa conclusione: molto business e poca passione. Poi ha incontrato il sottoscritto. Ho dato un’occhiata al suo progetto e l’ho trovato tremendamente ridicolo. Ma da lì è nato il germe di una discussione nella quale ci siamo entrambi stimolati, nonostante fossimo spesso in disaccordo. Il risultato è il frutto di un’infinita serie di compromessi. Ma ci trova entrambi soddisfatti.»

«La moto ha un’aria scrambler, ma la sella è di ispirazione cafe racer. L’aspetto generale è all’insegna del classico, ma la componentistica in termini tecnologici è di primo livello. Penso per esempio alla strumentazione, con un display totalmente digitale. Per quanto riguarda il motore, il classico boxer a due valvole BMW è stato modificato con un kit che ha portato la cilindrata a 1.071 centimetri cubici. Nuova marmitta, albero motore bilanciato al millesimo. Tradotto in potenza, sono quasi 80 cavalli. Ma ciò che importa di più, nel risultato, è che io e Peter siamo diventati buoni amici.»