Benelli Tornado: the King of TT

Tre volte all’isola di Man per il Manx TT con una Benelli Tornado 650 del 1971

tratto da SPECIAL CAFE #28

Testo Mauro di Giovanni          Foto Roberto Brodolini

Il viaggio per assistere al Tourist Trophy, la più antica e classica corsa motociclistica del mondo che si tiene all’isola di Man dal 1907, è in cima ai sogni e ai desideri di generazioni di motociclisti fin dagli anni ‘20. La fama leggendaria di questa competizione fu tale che durante il secolo scorso in Italia si concretizzò l’idea di ripercorrere lo spirito di quell’evento lontano organizzando “Il Circuito del Lario”, il TT italiano, che sulle rive del lago di Como ripropose per vent’anni, in chiave tecnica, le stesse difficoltà del Tourist Trophy. Italiana fu la prima moto non inglese a vincere nel 1935, una Moto Guzzi con Stanley Woods alla guida, e italiano fu anche il primo non inglese a vincere il TT nel 1937, Omobono Tenni.

Del TT ne sento parlare come di un mito da quando avevo i calzoni corti. Una gara che travalica la corsa motociclistica fine a se stessa e che esalta valori come coraggio e audacia, che si svolge nel mondo trasognato del profondo nord, con tutto il suo corollario di fate, elfi, maghi e streghe in una dimensione leggendaria e onirica. Fino agli anni ‘60 il viaggio al TT in moto dall’Italia era una chimera. Era già tanto se l’unica rivista specializzata edita sul territorio nazionale pubblicasse delle foto, naturalmente in bianco e nero, della corsa e del pubblico entusiasta. Comunque fino alla fine del secolo erano in pochi ad essersi recati al TT e men che meno con motociclette storiche o leggendarie. Dal 1973 la gara del Tourist Trophy non è più valida per il campionato mondiale e i media nazionali non hanno dato risalto a quest’evento fino al 2001, data della reinaugurazione dell’Ace Cafe a Londra sulla North Circular Road. Qualcuno forse si chiederà che cosa c’entra lo storico bar inglese con il Tourist Trophy. Il fatto è che dalla resurrezione dell’Ace Cafe nella stampa specializzata e non è nata la curiosità per il mondo vintage e per i suoi risvolti fashion e glamour.

Andare al TT in moto è diventato per molti un segno di distinzione, quasi una medaglia da apporre sul petto… ma andarci con una moto leggendaria è affare per pochi, ammirati e invidiati ma soprattutto imitati. Ogni anno al TT gli inglesi rievocano una casa motociclistica che ha vinto al Tourist Trophy oppure campioni acclamati e vittoriosi. Nel 2000 fu la volta della Benelli che era presente con il Museo ma anche con Andrea Merloni, l’amministratore delegato, che presentò in anteprima la nuova Tornado 3 di 900 cc dell’ing. Rosa. “Brigo”, soprannome di Giuseppe Briganti, era presente con una moto moderna, ma da quell’anno per ben tre volte raggiungerà ancora l’isola del “Fairy Bridge” in sella alla sua Benelli Tornado tra la simpatia e il compiacimento degli amici dell’isola e degli appassionati inglesi.

LA “TORNADO” 650

Brigo è da sempre un appassionato di moto classiche inglesi, ma vivendo a Pesaro comincia a pensare alla versione italiana del bicilindrico parallelo (schema meccanico che dominò i mercati con i marchi inglesi per più di trent’anni), e si mette alla ricerca di una Benelli Tornado. La trova infine a Macerata: è una prima serie e ha il marchio Motobi, con il quale sono state costruite solo il 30% delle moto prodotte (l’altro 70%, invece, mostra il marchio Benelli). Brigo si convince così a portarla a Pesaro, ma avvisa il proprietario: «Se nel tragitto si ferma mi ridai i soldi, altrimenti la tengo». La moto non si è più arrestata come la voglia del suo mentore di portarla in giro.

La Tornado era stata pensata da Luigi Benelli su richiesta dell’importatore americano Berliner e con l’approvazione di Steve McQueen, che in visita a Pesaro si era mostrato interessato all’affare. Luigi Benelli progettò il telaio a doppia culla continua e poi una versione tipo “Metisse” suggerita dallo stesso McQueen, con la doppia culla superiore tipo “featherbed” che avrebbe dovuto costituire il nerbo delle esportazioni in America.

Il motore venne progettato dall’ing. Piero Prampolini: era un corsa corta (84 x 58 mm) con i cilindri separati in alluminio e canna riportata, erogava nella prima versione 50 cv a 7.400 giri/min con una coppia che spingeva abbastanza in alto dai 4.000 giri/min. Tecnologicamente era avanzato rispetto ai bicilindrici inglesi, con i carter divisi su un piano verticale, il primo “occhio” di ispezione olio e il cambio a cinque rapporti in blocco, oltre ad una nuova tecnologia dei passaggi olio nel carter per scongiurare perdite e trafilaggi.

La Tornado di Brigo presenta alcune modifiche: la pedaliera arretrata completa e le piastre sono costruite artigianalmente; i comandi al manubrio, il manubrio e la sella sono della S2, l’impianto elettrico è stato ricostruito, le sovrastrutture Matt Black con il serbatoio “Sperlari” Green, mentre le cartelle del freno anteriore sono delle Grimeca a doppia camma e quattro ganasce come sulla MV 750 Sport.

DA PESARO ALL’ISOLA DI MAN

Il primo viaggio Brigo lo intraprende nel 2007, in compagnia dell’amico bolognese Milko Zanetti che con la sua Honda VFR lo accompagna attraverso i passi alpini in Svizzera, sulla Romantische Strasse, in Alsazia, lungo la linea Maginot e poi ancora fino a Calais, quindi in Inghilterra da Dover a Morecambe e poi nuovamente per mare fino a Douglas. Brigo ricorda che per il Centenario del TT c’era di tutto: 15 Munch “Mammut” 1200, la moto tedesca a quattro cilindri del 1969 con motore NSU 1200 TT e tantissime meraviglie a motore. Il nostro viene accolto da tutti senza discriminazioni con ammirazione compreso il Club olandese della Benelli con il quale condivide molto tempo su e giù per l’isola. Gli unici inconvenienti di tutto il viaggio sono da addebitare alle vibrazioni, a queste benedette o maledette vibrazioni che intrinseche ad un bicilindrico parallelo con il manovellismo a 360° senza contralbero di equilibratura sono la causa prima dei guasti di una moto con questo schema meccanico: le staffe delle marmitte, i parafanghi, il portatarga e la staffa della sella si rompono. Tutte dissaldate e risaldate per strada dopo aver legato i pezzi con il filo di ferro fino al fabbro salvatore. Si ritorna in Italia attraverso il San Gottardo con la “Tremola”, la famosa strada lastricata di porfido fatta in discesa fino ad Airolo e poi a casa giù per lo stivale.

Il secondo viaggio è del 2010 e il compagno di viaggio questa volta è Lorino Rovatti, che accompagna Brigo con la sua Harley Davidson Shovelhead 1200 del 1981. L’itinerario è lo stesso della volta precedente, tranne che in Inghilterra dove decidono di prendere il traghetto per Man a Liverpool. Una volta approdati a Douglas con vera sorpresa, come in un crescendo rossiniano, sale l’entusiasmo degli altri motociclisti presenti sull’isola che celebrano e incensano la Tornado, mostrando una competenza e un’osservazione dei particolari e del dettaglio che lascia stupiti. Una bella soddisfazione per Briganti e per la Tornado. Unico inconveniente, sempre a causa delle vibrazioni, si rompe un filo elettrico della dinamo che pertanto non carica. Brigo acquista una batteria auto che pone sul bagaglio ben fissata e che dura finché si deve ricaricare. Così prosegue fino a casa, con coraggio e una buona dose d’inventiva che suscitano ammirazione da un lato e paura dall’altro.

Il terzo atto è di quest’anno, in felice compagnia di amici con moto da leggenda per celebrare al meglio l’impresa: il pescarese Francesco Valentini con la Norton Roadster del ‘71, “Bimbo Mix” Eddy Edmondo Perrone con la Norton “Atlas” del 1967. Il viaggio prevede il Ferry a Civitavecchia fino a Barcellona, dove bucano all’alba appena scesi dal traghetto. Prendete nota: a Plaza de España c’è un gommista aperto 24 horas su 24, che alle sei del mattino cambia la camera d’aria a Valentini; poi via verso i Pirenei con il colle della Maledetta, il più alto passo di Spagna e poi di corsa fino a Bordeaux, la valle della Loira e i paesi medievali fino in Normandia a Mont Saint-Michel. A Caen l’imbarco per Portsmouth. In Inghilterra si passa a trovare il Museo di Sammy Miller e il National Motorcycle Museum di Birmingham. A Liverpool incrociano Claudio Antonaci con una Norton Fast Back e Claudio Femiano con la Guzzi Le Mans, che hanno fatto un altro percorso di avvicinamento e che faranno parte del gruppo italiano a Man.

«Ogni volta che potrò cercherò di tornare sull’Isola dell’Uomo» ammette Giuseppe.

L’isola di Man è un sogno che vissuto nella realtà non disillude, anzi, ti entra dentro come una sottile malìa che respira sulle onde disegnate dal vento che in collina accarezza l’erica, o come il cielo che basso sposa la terra e genera suoni e voci che sussurrano, sibilano e fischiano, sghignazzi nei silenzi sconfinati del mare di Scozia. O ancora come gli occhi celesti di una vecchina canuta, che da dietro la vetrina di un vecchio shop di legno saluta i motociclisti con sorriso complice e misterioso. Man è l’isola del destino e delle tre gambe che vorticano, dove ognuna è prima e ultima nel movimento eterno della Trinacria.

tratto da SPECIAL CAFE #28

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