La Linea Gialla

Cosa ci fa una serpentina di mezzi militari sulle colline che circondano Rimini? Celebra uno dei fronti più crudi della seconda guerra mondiale, rimettendo in strada pezzi da museo rifiniti in ogni dettaglio

tratto da SPECIAL CAFE #28

a cura di Jeffrey Zani

La mitragliatrice MP40 a tracolla, la giacca mimetica, una DKW 350 a due tempi che lo aiuta a risalire da Rimini a San Marino. Quello che nel 1944 sarebbe stato l’identikit di un soldato nazista alle prese con la Linea Gotica, l’argine difensivo con cui l’esercito di Hitler tagliava orizzontalmente la penisola fra Pesaro e La Spezia tentando di fermare l’avanzata delle truppe alleate, nel 2015 è il profilo di una delle comparse che dal 18 al 20 settembre scorsi hanno ricordato uno dei fronti italiani più caldi del secondo conflitto mondiale.

Un teatro di granate e cannonate del quale oggi restano i cimiteri di guerra, le storie dei reduci e una parata che corre su un’altra linea: quella che intreccia la messinscena con la macchina del tempo, rappresentata da una rievocazione nella quale vengono messi in strada i più efficaci testimoni meccanici dell’epoca. Jeep, cingolati, motociclette, sidecar, autoblindo. Tirati a lustro e guidati da comparse in divisa per una parata che corre sull’ennesima retta, quella Linea Gialla che collegava la cittadina romagnola alla piccola repubblica. E che dà il nome alla manifestazione.

Protagonisti, almeno a colpo d’occhio, sono i mezzi motorizzati che hanno sfilato in convoglio portando a spasso le loro tinte mimetiche. Con un effetto esattamente opposto rispetto allo scopo per cui sono state create, visto che niente è più appariscente di un veicolo militare pre-1945 che entra nella piazza principale di Rimini e parcheggia all’ombra del monumento dedicato a Papa Paolo V. E niente è più evocativo di un sidecar militare parcheggiato sull’aviosuperficie di San Marino, dove il panorama permette di controllare la riviera e le poche gocce di pioggia regalano arcobaleni regolari e paralleli.

Fra gli uomini in divisa che si districano fra mitraglie e contraeree c’è Fabio Temeroli, principale artefice dell’iniziativa e proprietario di una trentina di mezzi bellici, «di cui la maggior parte costruiti dalla Spa, acronimo di Società piemontese automobili», attiva nel settore dal 1926 alla seconda guerra mondiale. L’azienda italiana ha forgiato motori per autocarri, trattori d’artiglieria, carri armati, autoblindo e aeroplani, ma la sua storia ha radici più lontane, legate alle auto di tutti i giorni e ai prototipi da corsa. Agli albori del secolo scorso uno dei suoi modelli ha conquistato la seconda piazza nella San Pietroburgo – Mosca, mentre nel 1909 ha vinto la Targa Florio e battuto il record del miglio con partenza da fermo. «Di questo marchio a me interessa principalmente il periodo militare – puntualizza Temeroli – per il quale mi affascina l’aspetto tecnico. I veicoli Spa erano dotati di una meccanica raffinata, non pensata per essere replicata su vasta scala e tutta fatta a mano. Più che di prestazioni si parla di affidabilità, «perché la velocità massima era di circa 40 chilometri all’ora», spiega il sammarinese. Fango, sabbia o mare, l’imperativo era uno: «Avanti a ogni costo».

Il motto è riportato sulla torretta di un M15/42, carro armato progettato durante il conflitto del ’39 – ’45. Quindici tonnellate e mezzo di peso, motore 8 cilindri a V, 192 cavalli di potenza e 12.000 centimetri cubi di cilindrata. Assetato di benzina, se ne andava a spasso con cinque taniche di carburante da venti litri e riusciva a coprire 220 chilometri di deserto senza rifornimenti, spaventando per il cannone da 47 millimetri con 111 granate e le tre mitragliatrici, tutte da 8 millimetri. «Questi mezzi non sono più allestiti per sparare, ma hanno comunque un grande fascino – spiega il collezionista – alla fine della seconda guerra mondiale vennero smantellati, ma chi se ne occupò fu abbastanza furbo e lungimirante da svolgere l’operazione in modo da permetterne la ricostruzione».

Di stazza e di cilindrata minore è il Fox Armoured Car, un autoblindo prodotto in Canada dalla General Motors e utilizzato in Italia, Gran Bretagna e India: «Monta un motore a sei cilindri a benzina da 4.200 centimetri cubici, ne furono prodotti 1.506 esemplari, fra i quali il mio», racconta Temeroli. Vista la scarsa luce presente in cabina, l’interno è quasi interamente verniciato di bianco. Mentre il guscio esterno in acciaio, spesso dai 15 ai 20 millimetri, sfoggia il classico verde a tinta unita delle forze armate.

Attorno al Fox si muovono divise che differiscono per ranghi e bandiere. Alcune sono pensate per la flora delle foreste, altre per la sabbia del deserto, altre ancora per le scrivanie degli ufficiali. Se non fosse per gli smartphone e per i sorrisi da armistizio, sembrerebbe di essere sul set di un film sulla seconda guerra mondiale. «Questi aggeggi hanno più tecnologia di quanta ne aveva l’Apollo 11 quando è diventato il primo mezzo a finire sulla Luna – spiega uno dei presenti – ciò che sette decadi fa rappresentava il non plus ultra dell’innovazione oggi è materiale da discarica o da museo. Ma è anche a portata di restauro. È proprio lì il bello».

tratto da SPECIAL CAFE #28

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