Handmade Skateboards – Homemade Fun

Viaggio su quattro ruote (di poliuretano) per scoprire i deck più sudati della penisola. Tavole plasmate al piano -1, fra macchinari autocostruiti e rischi d’incendio

a cura di     Jeffrey Zani

Mentre gli altri se ne vanno in giro con le sue tavole trasformando l’arredo urbano in un labirinto perfetto per salti e rimbalzi, lui passa le ore in una stanza sotterranea a respirare polvere e segatura. Gli altri sono i membri della “Donut”, un team di skaters sparsi a macchia di leopardo sulla costa Adriatica fra il sud della Romagna e il nord delle Marche. Lui è Johnny Zani, fondatore della scuderia e artigiano di mille e più giornate consumate sotto il livello dei tombini come uno Splinter di provincia. Obiettivo della sua esistenza: trasformare dei tronchi fatti a fettine in strumenti d’acrobazia. E distribuirli come il pane ai suoi atleti. Per divertimento. Per vocazione. Per spirito di comunità.

Fra pile di legno alte come bibbie, lame, pennelli e coltelli, il venticinquenne di San Marino precisa subito che le sue tavole vengono plasmate seguendo degli step collaudati nell’arco dei suoi cinque anni di attività: «Quello che si fa, in sintesi, è prendere dei fogli di legno di faggio nordeuropeo alti poco più di un millimetro, spalmarli di resina epossidica e lasciarli per 24 ore sotto una pressa da 10 tonnellate, non prima di averci infilato in mezzo qualche strato di fibra di carbonio». Le tavole vengono poi scontornate, sagomate, levigate e smussate. «L’ultimo tocco con la carta vetrata, quindi una passata di vernice sulle grafiche». Si montano le ruote e il gioco è fatto.

Prima che scatti la trafila bisogna però appurare che le materie prime e gli attrezzi siano in linea con gli standard: «Il fornitore di legno è fondamentale e difficile da trovare, perché deve avere in magazzino fogli con misure particolari, disponibili solo in ditte che lavorano nel settore dei mobili e hanno prezzi poco abbordabili. Io mi rifornisco in Slovenia da un personaggio che me ne vende 800 chili alla volta». Mentre per il resto basta fare un salto in ferramenta. Vernici, colle, varie ed eventuali. Tutto pronto.

Prima che scatti la trafila bisogna però appurare che le materie prime e gli attrezzi siano in linea con gli standard: «Il fornitore di legno è fondamentale e difficile da trovare, perché deve avere in magazzino fogli con misure particolari, disponibili solo in ditte che lavorano nel settore dei mobili e hanno prezzi poco abbordabili. Io mi rifornisco in Slovenia da un personaggio che me ne vende 800 chili alla volta». Mentre per il resto basta fare un salto in ferramenta. Vernici, colle, varie ed eventuali. Tutto pronto.

Manca solo la pressa: «La prima che ho costruito sfruttava due pompe derivate dai crick idraulici con i quali si alzano le automobili. Ci avevo collegato un telaio e due masse di cemento che unendosi davano la giusta forma alle tavole. Ma un giorno c’è stato un cedimento e la pressa è esplosa in mille pezzi. Così sono stato costretto a costruirne una nuova, nella quale utilizzo degli stampi in legno. La differenza di peso? La prima sfiorava i 200 chili, quella che uso adesso si aggira attorno ai dieci». Dietro a quelli che vengono legittimamente definiti “handmade skateboards”, costruiti a quattro mani grazie alla mania di un altro artigiano postmoderno che risponde al nome di Alessandro Conti, c’è un tran-tran intenso che segue una routine nella quale i dettagli vengono definiti a tavolino: «La progettazione deve essere costantemente rivista – racconta Johnny – i membri della scuderia mi danno sempre nuovi feedback, e sta a me capire come e quando intervenire per assecondarli». Una tavola “buona” non si spezza, non si scolla e rimane rigida per un discreto periodo di tempo. «I parametri più sensibili sono il wheelbase, cioè la distanza fra una coppia di ruote e l’altra, e le dimensioni della curvatura iniziale e finale, cioè la punta e la coda dello skate, detti anche tail e nose. Di base ci sono delle formule di massima, ma poi si va a intuito».

A volte si rischia l’imprevisto complicando il processo di costruzione con dei passaggi extra, ma i tentativi non sempre vanno a buon fine: «A un certo punto mi è venuto in mente di costruire un essiccatore, una specie di forno pensato per togliere l’umidità al legno e far cristallizzare la resina rendendola più dura. L’ho acceso e ho lasciato la stanza. Quando sono rientrato mi è arrivata in faccia una nube di fumo nero che mi ha consigliato di tirargli una secchiata d’acqua e smontare tutto». Quando la giornata sembra girare storta, meglio lasciarsi alle spalle le polveri sotterranee e affacciarsi al mondo reale per piroettare su rampe, corrimani, scalinate e muretti. Agli albori, tutto ciò si chiamava sidewalk surfing e avveniva sotto la luce del sole torrido della California. Era il periodo che stava a cavallo fra gli anni Quaranta e Cinquanta. Qualcuno prese delle tavole nate per solcare le onde e le convertì per l’uso a secco grazie all’applicazione di quattro ruote simili a quelle dei rollerblade. Gli skate erano nati come diversivo per i beach boys che si dovevano arrendere alle giornate in cui il mare era piatto come l’olio

Da una consolazione è nato un mezzo di trasporto, di lì uno sport e uno stile di vita. Con una storia tutta sua e un vocabolario tutto particolare. Fatto di ollie, flip, pop-shove-it e sketchy. «Il primo termine descrive il padre di tutti i trick e consiste nel far saltare lo skate dando un colpo di tallone con il piede posteriore. Nel secondo lo skate si avvita mentre è in aria, nel terzo gira in orizzontale come l’elica di un elicottero. L’ultima parola viene invece usata quando atterri male. E non è certo un complimento».

Il gergo utilizzato da Johnny è lo stesso che riempie i colloqui dei colleghi affacciati sul Pacifico, ma le ragioni che lo hanno spinto a costruire le tavole Donut sono ben diverse rispetto a quelle che hanno ispirato i cavalcaonde degli albori: «La vita media di una tavola, per una persona che la usa tre volte alla settimana, è di circa un mese. Ho iniziato per risparmiare, ma mi sono presto accorto che sarei andato a spendere più di quanto facevo con le tavole normali. Che volete che vi dica. È difficile da spiegare, ma per me è bello così, anche se richiede più sacrificio. È come la pastasciutta. Fatta in casa è meglio».

Tratto da Special Cafe #25   luglio-agosto 2015