Il Gambero e lo speedway degli anni ’50

Ci sono stati anni in cui Roma si entusiasmava per le gare di speedway. E l’asso locale, vestito di baffi e fuliggine, stupiva su una moto autocostruita nella quale ha concentrato speranze e passione

tratto da SPECIAL CAFE #28 (scaricalo in pdf!)

Testo Jeffrey Zani   /    Foto Roberto Brodolini

Vallelunga ha vissuto tre ere.

L’ultima, più recente, fatta d’asfalto e culminata nelle prove del mondiale Superbike corse sul circuito laziale nel 2007 e 2008. La prima, fatta di carne, nella quale i cavalli e i fantini degli anni Quaranta si inseguivano lungo un anello innaffiato di saliva e sudore. Quella di mezzo, ricoperta di sabbia, in cui le moto da speedway hanno dato lezioni di derapata di fronte ai più fanatici supporter del decennio successivo.

Negli anni ’50 il tracciato di Campagnano di Roma, 30 chilometri a nord della Capitale, era un parco giochi fatto di sfide e rincorse nel quale il maestro indiscusso del traverso era un carrozziere romano tutto pepe e manetta chiamato Artemio Cirelli, pronto a cavalcare una moto del tutto artigianale costruita riciclando una selezionata componentistica rimediata nella zona di Porta Portese, storicamente conosciuta come la miniera romana a cui rivolgersi per ottenere qualche pezzo di ricambio a buon mercato. Il risultato era stato un mezzo assemblato in assetto di emergenza facendo di necessità virtù, oggi rumoroso testimone di un’epoca in cui l’ingegno compensava le modeste disponibilità economiche. Quando avere un mezzo con cui competere era già un successo, e la selezione avveniva ancor prima del semaforo verde.

Per costruire quello che in un lampo d’istinto è stato battezzato “Il Gambero”, Artemio ha deciso di combinare il basamento di un Rudge a quattro valvole degli anni Venti con il gruppo cilindro-pistone-testata-carburatore di un Gilera Saturno 500, all’interno dei quali si muovono l’albero motore e la biella di una Bianchi militare. Il cambio a due marce, separato e con i comandi a destra, viene da una Norton, così come la frizione a secco. Mentre la pompa dell’olio, marchiata Moto Guzzi, è stata adattata per lavorare in senso contrario rispetto all’assetto originale.

Il telaio in tubi in acciaio trafilato, sul quale sono alloggiati il serbatoio e la sella di un Garelli Mosquito, è stato ideato e costruito nella carrozzeria romana di Artemio, con l’indispensabile supporto del fratello Mario, battilastra dal colpo d’oro nonché abile saldatore, e dell’amico Sergio Di Valentino, capo officina di una rinomata rettifica della Capitale: «Ci siamo ispirati a una moto tedesca di cui non ricordo nemmeno il nome – racconta Artemio osservando la sua creazione – il forcellone è rinforzato sul lato più basso da una staffa che ne segue l’intera lunghezza per garantire più rigidità, mentre la forcella è stata irrobustita con un triangolo supportato da un asse che parte dall’angolo più aperto e si unisce al centro di quello più lungo, perché altrimenti si fletteva».

Giravo per Roma in cerca delle moto abbandonate dai militari per poi convertirle e utilizzarle in gara

Il cerchio anteriore e quello posteriore sono rispettivamente gommati con un pneumatico intagliato e uno tassellato, e portano a spasso un concentrato di artigianato e inventiva ancora capace di far vibrare lo stomaco grazie agli scoppi amplificati dallo scarico fatto in casa, creato unendo una serie di anelli da 8 decimi di millimetro di spessore, scelti optando per una lamiera leggera in grado di disperdere meglio il calore. Un dettaglio che contribuisce all’unicità del Gambero, nato da una passione che Artemio ha iniziato a coltivare quando le ceneri della seconda guerra mondiale erano ancora calde: «Giravo per Roma in cerca delle moto abbandonate dai militari per poi convertirle e utilizzarle in gara – racconta – ma mia madre era contraria e molto apprensiva, ricordo che una volta per farmi desistere mi nascose gli stivaletti di pelle prima di una gara di motocross, ma io andai a correre lo stesso, in ciabatte».

Le giornate migliori sono finite sul gradino più alto del podio, le più nere all’ospedale San Camillo

Le sue gesta diventeranno celebri poco più di un decennio più tardi, quando la sua presenza verrà addirittura annunciata nei volantini delle gare organizzate a Vallelunga. È successo anche in vista del Premio Primavera del 13 aprile 1958, un evento per il quale si pagava un biglietto di 500 lire e chi non aveva un veicolo di trasporto poteva sfruttare una navetta che partiva da Piazza del Popolo. Quel giorno Artemio si è cimentato con la grinta di sempre, le guance tirate a mostrare i denti, l’occhio che punta lontano, l’indispensabile scarpino in metallo calzato al piede sinistro che pattina sulla sabbia battuta: «Se non ricordo male ogni batteria durava circa 8 – 10 giri, ognuno dei quali era lungo un chilometro. Per arrivare in finale si passava per quattro manche, poi la resa dei conti nella quale veniva decretato il vincitore». Le giornate migliori sono finite sul gradino più alto del podio, le più nere all’ospedale San Camillo, dove Artemio ritrovava suo zio Renato: «Lavorava lì e si occupava di me quando cadevo, spesso mi rompevo la clavicola sinistra, quella interna alla curva, e venivo sistemato con una camera d’aria da bicicletta incrociata sulla schiena e allacciata sulle spalle e sulle gambe, per garantire al busto una posizione composta».

Altre volte era invece la moto a causare il forfait: «Durante una trasferta in Francia, per esempio, si è rotta la chiavetta dell’alberino del magnete. La frattura del metallo era diagonale, riuscimmo a unirlo in tempo per la gara facendo un foro trasversale nel quale abbiamo infilato una vite, unendo così le due parti». Oggi, a oltre mezzo secolo di distanza, il Gambero sfrutta ancora quel rimedio: «Il pilota ormai non c’è più – scherza Artemio – ma lei è in ottima forma. E lo sarà ancora per molto tempo».

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(Il numero da cui è tratto lo speciale sul “Gambero”)

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