DUE CHIACCHIERE CON SÉBASTIEN LORENTZ

È uno dei personaggi più in vista della scena internazionale, animatore e ideatore della Sultans of Sprint. Gli abbiamo fatto qualche domanda in occasione della tappa di Monza…

Testo Alessandro Ferraro           Foto Cyril Casagrande

Giovane. Posato. Il volto gentile quasi nascosto dal grande paio di occhiali da vista. Insomma non proprio l’icona biker che uno si aspetta. Eppure dietro tanta cortesia e affabilità si cela l’ideatore di una delle gare più cazzute d’Europa. Parliamo della Sultans of Sprint: accelerazione pura sull’ottavo di miglio con moto custom sovralimentate. Abbiamo fatto due chiacchiere con Sebastien Lorentz per capire cosa ci sia dietro queste gare, come nasca una moto da sprint race e cosa le renda effettivamente tali.

Seb, domanda di rito: che cos’è la “Sultans of Sprint”?
La verità? Un insieme di ragazzi completamente pazzi! Direi quasi dei “motor freaks”, con la passione per le custom ovviamente. Quando dico custom ci sono però dei requisiti minimi: la moto deve montare un motore bicilindrico a 4 tempi per un massimo di 1400cc e deve essere concepita per una sprint race. Sembra una ovvietà ma non è così. Stile, design, personificazioni fanno di sicuro la loro parte, ma qui non siamo ad una parata, qui le moto vanno eccome!

Colori, simboli, estetica: cosa rende ogni moto unica nel suo genere?
Stile, creatività e il giusto pizzico di follia. Ognuno vuole raccontare qualcosa, la propria storia, quella del proprio team: si opta allora per un determinato colore, o quel simbolo specifico che evochi timore e rispettabilità. Frankestein, Lucky Cat, Crazy Body sono solo alcuni dei nomi che mi vengono in mente. E poi c’è la mia piccolina, Bombinette, accompagnata dall’icona di un piccolo razzo che la dice lunga sulle mie intenzioni.

OGNI MOTO È CONCEPITA CON UNO SCOPO. IL NOSTRO? ANDARE COME RAZZI!

Da dove parte l’idea per la customizzazione: uno schizzo? Un’intuizione?
Bisogno tenere conto, come detto prima, che al di là di tutto, ogni moto nasce con uno scopo. Occorre allora subito chiedersi: a che cosa serve questa moto? La risposta è una sola: andare veloce! Tenuto conto di questo aspetto, e di come per esempio tutto ciò si traduca nella scelta degli pneumatici, nella seduta volutamente protesa in avanti e altri dettagli, l’ispirazione può venire da qualsiasi cosa, ma difficilmente da altre moto: i modelli off road, i chopper americani, le moto da strada sono realtà così lontane dalle nostre custom che paradossalmente mi sento di dire che il design d’interni è più vicino allo spirito della Sultans of Sprint!

La prima tappa si è tenuta al “The Reunion” presso l’autodromo di Monza? Che ricordo hai di quelle giornate?
Ovviamente un bellissimo ricordo! Il mio pensiero va sicuramente a Matteo (ndr Adreani, fondatore) per l’organizzazione e la gestione delle due giornate, e poi ai 20 team presenti, compresa la new entry Mellow Motorcycle, che ha spadroneggiato passando, come mi piace dire, from zero to hero. In secondo luogo, e so che può sembrare strano e magari lontano dalla classica risposta che uno si aspetta, ciò che più mi ha colpito di The Reunion è il verde! Non fraintendetemi, non sono un ecologista, ma in queste situazioni di stress, durante le sprint race intendo, quando la concentrazione e l’adrenalina sono talmente alte che quasi ti dimentichi di dove ti trovi, avere intorno tutto questo verde rilassa davvero lo spirito: sembra quasi di essere in uno parco naturale.

Una piccola curiosità: quali sono i tuoi primi ricordi legati al mondo delle due ruote?
In realtà verso i 10 anni la mia passione erano le macchine americane, sul tipo delle hot cars, dei vintage dragster e dei big daddy. Poi intorno ai 14 anni, con il primo motorino, è cambiato tutto. Una foto in particolare, quella di Eddie Lawson su una Kawasaki da superbike è stata quasi rivelatrice. Ricordo che volevo essere come lui. Fu così che comprai la mia prima moto: una Kawasaki 1000r che ho poi stravolto con tutta una serie di modifiche e da cui è cominciato tutto.

UN COSTRUTTORE? NON PROPRIO: MI DEFINIREI PIÙ UN “RE-DESIGNER”

Per concludere: c’è un consiglio o un pensiero che senti di voler condividere con i lettori di Special Cafe?
Quello che mi sento di dire è che se ami davvero le due ruote, non puoi amare un solo brand o un solo tipo di moto. La moto giusta è facile da riconoscere: è quella che ti stampa un bel sorriso sul volto non appena ci sali sopra. Per quanto riguarda il mondo custom in senso stretto invece, è qualcosa di più del semplice andare in moto: c’è un confronto continuo con la tua personalità e con ciò che hai da dire. Per me, per esempio, è stata quasi una necessità. Non avevo tutti quei soldi necessari per costruire una moto da zero, ma la passione e la voglia di esprimere me stesso attraverso le modifiche, quella c’era e premeva per uscire. Sarà per questo che non mi piace definirmi un costruttore alla John Britten o alla Helmut Fath. Chiamatemi piuttosto un “re-designer”!

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